Tirare le fila di un anno intenso

Dal mio ultimo post serio sono passati più dei mesi e non basterebbero delle pagine a raccontare tutto quello che è successo. E dire che si chiamava, profeticamente, Cambiamenti.

Le ultime settimane sono state ricche di avvenimenti e piatte allo stesso tempo, di quel piattume che ti logora dentro e ti costringe a inventarti qualcosa da fare per non rischiare di diventare matta. Così, tra il compimento dei 30 anni (e anche dei 31), la vita da commessa diventata ex e l’Altra Metà anch’essa diventata ex, mi sono ritrovata con tanto tempo a disposizione e una vita da riordinare.

La prima reazione, istintiva, è stata di correre e tenermi impegnata il più possibile (il che non era esattamente facile, visto che non avevo più neanche un lavoro), ma tanto si sa: puoi correre forte quanto vuoi, i problemi ti raggiungeranno sempre.

Allora ho preso un foglio e ho cominciato a scrivere, su carta, quei pensieri sconnessi troppo intimi per un blog e per le altre persone. Mi sono seduta a un tavolo di legno in un parco, con i bambini che giocavano intorno e si godevano quel bel solicino tardo invernale, e ho messo in ordine. Mi chiedo come faccia la gente che non scrive. È un toccasana.

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È bello abitare in campagna tra il verde e l’aria pulita, ma i parchi in città sono spazi che sanno di “rubato” e quindi non sono mai scontati.

Ho riflettuto, mentre mi dondolavo su un’altalena, e mi sono chiesta dove avevo sbagliato, dove avevo fatto bene, dove avevo fatto male e come andare avanti; poi ho lasciato che il vento portasse via i pensieri negativi e mi sono detta che la storia non si fa con i  e né con i ma, che non potevo prevedere cosa sarebbe successo, quindi sono scesa e sono andata a mangiare un gelato.

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Ho recuperato le stagioni rimaste indietro di Doctor Who, più tutte quelle uscite finora di Agents of S.H.I.E.L.D., di How to get away with Murder e di Game of Thrones e ho deciso che nella prossima vita voglio rinascere gnocca come Emilia Clarke. E’ anche ricominciato Outlander, e questo vuol dire una sola cosa: Jamie Fraser.

Ho anche pensato di tatuarmi il titolo di una canzone dei REM, Every day is yours to win, poi mi sono convinta che ero troppo fifona e ci ho ripensato, per finire a tatuarmi alla base del collo il titolo di un libro di Carlo Gabardini, Fossi in te io insisterei. Di questo passo potrei lanciarmi con il parapendio e pensare che sia una cosa normale.

Sono venuta a patti con le realtà che non mi facevano stare bene e le ho cambiate, ho fatto le valigie e sono partita per un viaggio e non so ancora dove mi porterà questo toro che ho preso per le corna.

Ho riso e ho pianto, ho fatto ridere e ho fatto piangere, ho resto qualcuno fiero di me mentre qualcun altro mi dava della pazza, ho percorso chilometri in macchina e riempito il serbatoio a cuor leggero, sono andata al mare e in montagna, mi sono seduta su un prato a leggere e su una panchina a riflettere, ho ascoltato la musica e il silenzio, ho visitato posti in cui non ero mai stata e ho fatto shopping, ho scritto lunghe lettere e mi sono arrabbiata quando mi sono sentita soffocata.

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Mi sa che ha ragione Pirandello: sono stata così impegnata a vivere, che non ho avuto tempo di scrivere.

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